
Maratona di New York: esiste? eccome se esiste!
Può esserci soddisfazione a classificarsi al diciannovemiladiciasettesimo posto? C’è, c’è. Primo, perché quel posto è più o meno a metà di classifica, visto che i partecipanti erano oltre 39 mila e poi perché la Maratona di New York è un mito, anche per chi come me non è proprio un podista sfegatato.
L’evento New York è nato in una goliardica cena sociale dei run4funner dove lo Snu (Davide Ferrari) propose di partecipare alla N.Y.C.M. 2008 in occasione del suo 40° compleanno.
E allora perché non provare?
Coinvolto soprattutto dalle persone giuste con cui avrei condiviso questa avventura, fui subito deciso. Il ricordo di quella sera di gennaio, nella quale insieme agli amici Davide, Cristiano e Michele riuniti a casa dello Smerd (Gianluca Marcati - macchina organizzativa del gruppo), decidemmo di correre la mitica maratona sulle informazioni dell’agenzia organizzatrice. Già si respirava un’atmosfera elettrizzante e carica di aspettative, successivamente agli 8 ragazzi (Rich, Bob, Smerd, Snu, Mec, Pagnocca, il Magnifico e il Discreto) che si allenavano da mesi arrivò un pacchetto con il Voucher per il ritiro del pettorale e tutte le informazioni necessarie. C’era chi sarebbe partito sul Verrazzano dalla prima Wave, partenza riservata ai Top Runner e chi sarebbe invece partito dalla più “umana” wave 2.
L’emozione di tagliare il traguardo dopo 42 Km in Central Park e i vari aneddoti, ci caricò di un entusiasmo quasi contagioso!
Con il mio partner Snu decisi di partire con gli allenamenti per tempo, cominciando già a luglio, sapendo già cosa significa preparare una maratona. Ora, non voglio soffermarmi su cronistorie e resoconti degli allenamenti quotidiani, ma concentrarmi sulle sensazioni che precedettero la partenza per gli States, le emozioni che la gara mi ha regalato, la carica, la coscienza e la soddisfazione, quasi infantile, di aver portato a termine una bellissima impresa.
I giorni prima della partenza furono interminabili: non so se ero più emozionato per il fatto di andare per la prima volta nella Grande Mela, che rappresentava per me un vero e proprio mito o per il fatto che nonostante sapessi di essermi allenato, mi aspettava la Maratona più bella del mondo. Penso di aver controllato, di aver preso passaporto, scarpe da gara e Garmin da polso almeno 100 volte!
Arriviamo all’hotel Hampton di Manhattan alle 5 del pomeriggio del 30 ottobre . L’albergo sito nella 31^, ad un isolato dal Madison Square Garden (il tempio dello sport made in Usa), risulta strategico per un primo approccio con l’expo per il ritiro del pettorale. Passeggiare, ammirare la verticalità della città e colpiti da un vento pungente ma allo stesso tempo tonificante per i nostri corpi stanchi dal viaggio è piacevolissimo. Per me che sono nato nell’era dei primi film di violenza, trovandomi a Manhattan, di notte, con poca gente per strada, le sirene in lontananza della polizia, mi sono sentito un po’ guerriero della notte ed un pochino Iena Plinsky… Tante volte ho visto quelle strade, quei grattacieli, quei portieri in divisa degli alberghi, ma dal vero sono le dimensioni delle cose che stupiscono. Le strade larghe come le nostre autostrade sono piene di automobili lunghissime, le vere limousine americane, dai vetri neri e la carrozzeria bianca o nera, le migliaia di taxi gialli che sono ovunque, le macchine della polizia, tutto è grande ed in grande quantità. Ma nonostante le apparenze, New York è una città silenziosa, le auto non sono rumorose, non fumano e non ci sono motorini scoppiettanti.
Solo questo vale il viaggio e gli sforzi dei mesi precedenti e quando mai pensi alla maratona?
Ci pensi il giorno dopo, quando fai una camminata in Central Park e vedi i tanti podisti che allungano sul rettilineo di arrivo, dove tanta è la varietà di persone di diverse nazionalità che affollano il parco, mentre le vie del centro sono già tappezzate di cartelli stradali arancioni che anticipano ai cittadini l’intera chiusura del traffico per la giornata del 2 Novembre.
Inutile nascondersi: ci siamo.
E’ il giorno della gara: sveglia alle 05.00, colazione ore 05.30, ultimi preparativi del sacco, partenza per il ponte di Verrazzano dove giungiamo a destinazione alle ore 07.00: durante il tragitto mi rendo conto quanto State Island sia lontano da Manhattan (e io me la devo poi fare di corsa???). Il clima è relativamente freddo e ci riposiamo in un angolo del parco…., rannicchiati uno vicino all’altro cercando di rilassarci.
L’emozione, mista a tensione, comincia a farsi sentire, come quando a scuola sei in attesa di essere interrogato: sai di essere pronto e preparato ma le insidie sono dietro l’angolo! Con lo Smerd supero con facilità la consegna delle sacche in un ingorgo umano di persone, ci posizioniamo con il resto del gruppo sulla griglia arancio della Wave 2 e attendiamo trepidanti il via. Il livello di adrenalina comincia a salire…. E finalmente alle 9.40 tuona il mitico colpo di cannone, noi partiamo poco più di 20 minuti dopo.
L'avventura inizia e ci siamo anche noi… ci sono anch'io… quasi quasi non ci credo ancora.. Una sensazione incredibile, il ponte è invaso da un fiume in piena di persone, quanta gente… 40.000 podisti !!!
Per le prime 3 miglia è praticamente impossibile correre, i podisti riempiono "spalla a spalla" sia la corsia superiore che quella inferiore dei ponte di Verrazzano: è una gioia vedere come quelli del piano di sotto rispondono agli urli provenienti dal piano superiore, e viceversa. Poco dopo il ponte, ogni tattica è stata gettata ai pesci per una corsa ubriaca e ora la maratona entra in un lunghissimo rettilineo, dove inizia il tifo della popolazione locale, che ti accompagna fino all'ultimo centimetro di gara: so che molti di quelli che hanno corso a New York almeno una volta testimoniano che se non fosse stato per il tifo di quei matti degli americani avrebbero probabilmente abbandonato.
Inizio quindi a correre con il terrore di perdere i miei amici Smerd e Snu (insieme fino al 15° km), Mec mi lascerà al km 27, lo spirito era di correre assieme, arrivare assieme, ma non sempre accade. Il primo distretto è quello di Brooklyn e già lì ci rendiamo conto che la scelta di aver indossato la maglietta con su scritto “Italia” , si rivela decisamente azzeccata! La gente ci chiama e ci incita decine e decine di volte… io mi volto, la saluto, sembra che sia lì soltanto per noi… c’è chi mi chiama “Richard”(il soprannome sulla maglietta), chi grida “Italia” a squarciagola… lungo la 4° strada (sarà stata lunga sei,sette chilometri) sembra il finimondo!
Qui potrei raccontare centinaia di particolari della maratona, e riempire pagine e pagine, ma penso che questo evento vada veramente vissuto per essere compreso ... e quindi vi lascio con l'acquolina in bocca ... Il tempo passa così in fretta che non ho tempo di spostare l'attenzione sulla fatica e sul dolore ... almeno fino al venticinquesimo km, adesso la fatica inizia a farsi sentire e l’arrivo al Queensboro Bridge, un ponte lungo quasi un miglio che ha una strana particolarità: ogni ponte dovrebbe avere una salita e poi la successiva discesa, qui sembra che si salga continuamente ed è interminabile, il pubblico non c'è per motivi di sicurezza, ma per fortuna nell'ultimo tratto si comincia ad avvertire il brusio della folla che ci attende dopo una svolta a "U", si entra in un tratto dove il tifo è da stadio, quel tifo da stadio che non ci lascerà più fino all’ultimo metro di corsa da Manhattan al Bronx e poi di nuovo a Manhattan.Affronto la lunghissima 1^ Avenue, 4 miglia di strada larghissima con la folla assiepata ai lati che incita in modo assordante utilizzando tutti i mezzi a disposizione; è quasi impossibile rallentare (meno che al sottoscritto).
Ventisettesimo Km ... qui inizio a sentirmi veramente stanco, e ad avvertire i primi seri dolori ... rallento sempre di più ed anche il mio amico Mec mi lascia solo nella mia corsa.
Dopo un miglio i miei quadricipiti e la mia schiena iniziano a dolere in modo più concreto, e mi dico ... meglio che mi fermo un pò e mi faccio un pò di stratching o non finirò la corsa: così mi fermo ma riparto con lo stesso identico dolore: tempo perso, un'altra lezione imparata che poi mi sono rigiocato nel tempo: quando arrivano certi dolori in maratona, cessano solo dopo la linea del traguardo, quindi meglio stringere i denti ed arrivarci prima possibile.
Al km 29 un gruppo di volontari porgeva ai maratoneti infinite dosi di carbogel: a quel punto della maratona si inizia già ad andare un po’ in ipossia, e qualsiasi cosa ti danno che si possa mangiare o bere, la prendi e la mangi, come ho fatto io ...
Ancora ricordo il sapore quasi disgustoso di quel sciroppo dolce, come ricordo chiaramente la sensazione delle mie gambe dure come enormi macigni... Riprendo fiducia, corricchiando, fino al punto in cui arrivo al Willis Bridge , dove da lontano inizio a vedere la porta gonfiabile delle 20 Miglia che si avvicina ...
Si entra per un breve tratto nel Bronx, dopo il Madison Bridge si svolta a sinistra e si imbocca la Fifth Avenue, la celebre quinta strada che nel suo prosieguo è la sede dei più famosi negozi di moda del mondo.
Finalmente arrivo a Central Park, o meglio, altro che finalmente, perchè quando si entra nel parco iniziano le 3 miglia più lunghe della vita! L'arrivo sembra non arrivare mai ! Ma da quel momento in poi il tifo della gente è così forte che in qualche modo si riesce a giungere al traguardo... Di quelle ultime miglia, posso ricordarmi i colori delle foglie gialle e dorate degli alberi che mi scorrono davanti agli occhi come una pellicola di un film d’epoca.
Alla fine la città con i suoi palazzi è un contorno; lo spettacolo, la magia di questo evento è il fiume in piena di persone che corrono, chi per sé stesso, chi per amicizia, chi per vincere contro gli altri o contro nessuno, in mezzo al pubblico che ti incita anche se il tuo pettorale è il numero 16000 o sei l’ultimo.
Ormai è un tripudio, vedo gente ai lati della strada accalcata, come se fosse arrivata da ore per assistere in prima fila al tuo passaggio… si, al mio passaggio… mi sembra di essere Baldini ad Atene, tra due ali di folla accorse soltanto per me… Mancano 300 metri, 200 eccola la finish line, una ragazza mi infila al collo la bellissima medaglia che toglierò solo a casa per consegnarla a mio figlio Pietro: è finita.
Taglio il traguardo in 4h19min , qui il tempo non conta, qui ti vengono le lacrime agli occhi per tutto quello che ti accade intorno… arrivi e ti abbracci col primo che hai a fianco, ti volti e tutti hanno la stessa espressione: tutti sono sconvolti ma felici, provati ma soddisfatti…
Tutti che si chiedono una cosa sola: è possibile che esista una maratona così?
Ve lo garantisco : esiste, eccome se esiste !
Non è la prima volta che corro una maratona, ma quella di New York è unica, è il sogno di tutti i maratoneti.
Quello che più mi ha colpito? Il pubblico che ci ha seguito con un calore incredibile. Gareggiare a New York dà emozioni impareggiabili, perché l'intera città si trasferisce in strada, applaude il passaggio dei corridori e fa un tifo straordinario. Una metropoli come New York potrebbe inghiottire nel nulla la maratona, nemmeno notarla se lo volesse, mentre invece tutta la città vive quella domenica come una grande festa popolare, una festa da non mancare.
La grande mela, così i Newyorkesi chiamano la propria città, è costituita dall'isola di Manhattan e dagli altri quattro quartieri: Brooklyn, Bronnx, Queens, Richmond e Staten Island. I quartieri toccati dalla maratona sono Brooklin, Bronx, Queens, infine Central Park il polmone verde di Manhattan.
I giorni post maratona sono una sorta di defaticamento, non vorresti mai che i ricordi e soprattutto il feeling con questa città svanissero, come l’acido lattico dai muscoli.Eh sì, la Maratona di New York ti rimane dentro, sai di aver compiuto una bellissima impresa e che non l’hai portata a termine da solo o con i tuoi compagni podisti, ma con un’intera città dove il podismo in piena sinergia con uno splendido spirito sportivo mi ha dimostrato che la vita per 42 km può essere o sembrare meglio di quella che è !Spero di rivederla presto consigliando vivamente a chi non l’ha mai fatta, di pensarci il prima possibile.