mercoledì 8 aprile 2015

ALLA CONQUISTA DI ROMA di Denis Laurenti


ALLA CONQUISTA DI ROMA

E’ passato un anno, da quando, per frattura al perone, ho dovuto rinunciare alla 20esima maratona di Roma 2014, vivendo l’appuntamento capitolino da spettatore.

Era dunque da un anno che bramavo la mia rivincita, e dopo le tre maratone di New York, Ravenna e Pisa fra novembre e dicembre, mi preparo per questa benedetta/maledetta Maratona di Roma. Benedetta perché si corre nella città eterna, maledetta perché il manto stradale è in condizioni vergognose!


In questi  12 mesi, mi sono impegnato, anche a preparare altri maratoneti, certo il doppio ruolo di runner e coach non vanno sempre d’accordo, ma il bilancio è stato comunque positivo, l’energia e l’entusiasmo che il mio gruppo trasmette è impagabile, non c’è gioia maggiore se non quella di  riuscire a portare degli atleti al debutto in maratona. Certamente il merito è tutto loro, hanno sempre corso con le proprie gambe! Io li ho solo aiutati a tirare fuori quello che è già suo.

Ma arriviamo  a questa 42k, quando si parla della maratona di Roma, la cosa che nessuno racconta sono le sue difficoltà tecniche, intendo i continui saliscendi nella seconda parte del tracciato e i sanpietrini che si alternano spesso (in totale 8 km circa) all’asfalto e mettono a dura prova i piedi di chiunque. Quindi il primo aggettivo che mi viene in mente di dire è: “DURA”. Dura come le gambe. Dura come i sanpietrini. Dura come la vita. Questa volta, come mai, la maratona è la vera interpretazione della vita. In tutto. Nella gioia e nel dolore. Nella vittoria e nella sconfitta. E quando ci sei dentro pensi di non riuscire ad uscirne, che è meglio mollare tutto. Ma vai avanti ugualmente, giorno dopo giorno. Chilometro dopo chilometro. Passo dopo passo. Lacrime, sudore, sorrisi e grida. L'importante non è arrivare prima o dopo, l'importante è arrivare. L'importante è riprovare. E su questo, il mio amico di vita e di corsa “Andrea” mi è testimone. 
Nei giorni che precedono la gara c’è stato il solito toto meteo, le previsioni cambiavano continuamente, ma il mattino mi sveglio e affronto la dura realtà: piove incessantemente fa freddo e tira pure vento!
L’unica cosa che mi domando è: ma non si poteva semplicemente fare solo i turisti ed evitare di fare una di queste solite gare massacranti? Come non dettoooo!!!




La Maratona di Roma
Ore 8.40
Con Andrea entriamo nelle "gabbie", mentre Francesca ci aspetta in piazza Venezia per accompagnarci  per i primi 10 km. Il cuore comincia a battere più forte…oramai manca poco, pochi minuti. Attorno a me i discorsi, sempre gli stessi: "la maratona inizia al 30° km", dove sono i palloncini delle 4h, ho corso fino a 27 km, mi fa male questo, quello..". Soliti discorsi che, però, mi distraggono dal pensiero dei km che mi aspettano, duri, tanti, troppi.

Finalmente sfiliamo la linea dello start, mentre i primi sono già partiti da 10 minuti.

La sola partenza da via dei fori imperiali, con le note de "Il Gladiatore" in sottofondo, fa sentire un po’ tutti gladiatori e darebbe anche ad uno zombie le energie per finire un Ironman.

Adesso anche Francesca è con noi, la sua carica è contagiosa, siamo al completo.
Ho i miei più cari amici e compagni di tante avventure insieme a me, so che faticherò, ma so anche che il piacere sarà la ricompensa finale.

Continua a piovere incessantemente, e anche se tutti inzuppati, ci godiamo il panorama, è uno spettacolo fin dai primi passi: i Fori, l'Altare della Patria, il Circo Massimo... poi via verso il Tevere. Il passo a 5'30" è più che buono e sufficiente per l'obiettivo delle quattro ore. Oramai ho imparato a non andare a sensazione e a dosare le energie, soprattutto all'inizio.

10° Km, è la finish line di Francesca che, con un amaro sorriso, è costretta a rientrare…

Km 15.
La stanchezza comincia a fuoriuscire... il ritmo è costante, ma la fatica mentale di mantenere la posizione si fa sentire.
Corriamo in zone che non conosco, ma tra i tanti c'è sempre qualche cicerone che ci dice dove ci troviamo: prima Piazza Cavour e poi in via della Conciliazione, sfiorando il Vaticano, il passaggio si scioglie in un timido applauso.

Km 17.
Ci inoltriamo nei quartieri popolari. Per le strade c'è tifo, si, ma immaginavo molto di più, rispetto ai racconti.
Con Andrea, arrivo così al crocevia di via Giuliana, la mezza maratona, guardo il mio orologio e vedo che sono perfettamente in linea con il mio programma, pensavo di passare in 1:55 e passo in 1:56, meglio di un orologio svizzero!!!

Niente male se nella seconda parte non perdiamo il ritmo.

E penso anche che si può fare, nonostante la pioggia continua e incessante, iniziamo a spingere un pochino di più, la mia massima ambizione è fare un “Negative Split”, in parole povere correre più forte la seconda metà rispetto alla prima, è un’ impresa che riesce a pochissimi maratoneti, io non mi sono mai avvicinato! E’ ovvio che la prima mezza non bisogna farla troppo veloce, ma nemmeno troppo lenta, altrimenti non è valido... sarebbe un imbroglio!!!

Ma improvvisamente, al 23esimo, la gamba di Andrea cede, non è il solito ginocchio destro, ma inaspettatamente il ginocchio sinistro.
Rallentiamo, facciamo qualche passo,  ma ad ogni falcata il dolore per il mio amico è lancinante.
Non dimenticherò mai il suo sguardo, non so cosa voglia dirmi esattamente, guardandolo vedo la sua sofferenza, ma soprattutto la sua delusione, il sogno di chiudere sotto le 4h termina qui.
La maratona di Roma, per Andrea, significava avere una nuova occasione di migliorare il suo tempo sui 42 chilometri e rotti, ma a volte, nella corsa come nella vita, le cose non vanno come ti aspetti.
C’è di più, però, e lo capisco solo dopo: insiste perché lo abbandoni e che porti a termine il mio compito, quello di arrivare al traguardo.
I km passano, in questo tratto non c’è molto pubblico e nessuno parla, adesso i volti dei maratoneti attorno a me diventano sempre più sofferenti, inizio a perdere posizioni.
Il chilometro 27 mi sembra un miraggio: sulla strada cominciano saliscendi continui e la stanchezza diventa reale.

30esimo km. Adesso è il momento, 12km alla fine, inizio a soffrire veramente.
Lungo la strada le termocoperte dei ritirati aumentano ad ogni chilometro, i punti di soccorso hanno sempre più da fare e le distanze reciproche aumentano.

Ma ecco che arriva il momento tanto atteso, il km 35.

Al ristoro, addento una manata di frutta, intanto la pioggia sta scemando. Ormai manca poco, pioviggina appena, unico problema i sampietrini. Stiamo tornando verso il centro dove ci aspetta il pubblico più numeroso, l'aiuto estremo per la mente. I ciceroni parlano già di Piazza Navona, il passaggio è da brividi: gente che urla, che incita “DAJEEEE!”.  Ma mente e gambe non ce la fanno, rallento il passo, certo che l'andatura dei 5'40" non mi permetterebbe di arrivare fino alla fine. Forse l'allenamento interrotto per tendinite, forse il duro percorso della capitale, forse solo una questione di mente, ma il corpo non ce la fa. Ormai la mia corsa è solo la mia, senza compagni di corsa e con il solo obiettivo dell'arrivo.

Penso alle tre settimane precedenti in cui ero incerto se ce l'avessi potuta fare, ma ormai ci sono e in un modo o nell'altro devo arrivare.

Km 37.
Sono in via del Plebiscito, prima Francesca e poi mia moglie, fanno  un tifo da stadio, mi fotografano e mi incitano, pelle d’oca alta una spanna, ma ora iniziano i primi problemi.

Imbocco via del Corso, ultima oasi felice di buon asfalto, guardando fisso davanti a me l'obelisco di Piazza del Popolo. Lontanto e piccolo. Cerco anche di non guardare verso l’arrivo perché si deve andare in direzione contraria e sarebbe un duro colpo al morale.

Non riesco a fare girare le gambe che diventano pesanti… sempre più pesanti.

Oramai sono al lumicino, la benzina è proprio finita e devo iniziare a gestirmi, ci tenevo a chiudere sotto le 4h: ma è evidente che oggi non sono alla mia portata. Questo è il momento che fa la differenza tra un maratoneta e un comune mortale: un Maratoneta inizia a gestirsi, a pensare per piccoli obiettivi (devo arrivare a piazza del popolo, poi a piazza di Spagna, poi al traforo, etc), cerca di spazzare via i pensieri negativi (non ce la faccio, mi fa male questo e quello, sento che arriva un infarto, etc.) visualizzando il momento in cui transiterà sotto il traguardo e con questo pensiero ricomincio a correre fiducioso, ecco il momento è arrivato per fortuna al km 38, quindi manca poco ed è più facile non mollare questa volta, ma ancora una volta faccio la magia, ovvero senza più energie in corpo, continuo ad andare avanti, in un modo o nell’altro!!! Comunque un Maratoneta anche se costretto a camminare rimane mentalmente in gara e pensa solo a recuperare energie per ripartire di corsa!!!
Da piazza del Popolo inizia il calvario. Via del Babbuino, Piazza di Spagna, il Traforo e Via Nazionale. Proseguo facendo lo slalom tra buche e pozzanghere finché non arrivo al traforo, qui ho camminato,  non lo immaginavo così in salita, è dura ma riesco a superare indenne anche questo. Sono finalmente su via Nazionale da qui è tutta discesa ma non riesco più a spingere nemmeno in discesa, cerco solo di arrivare, sono veramente alla frutta, ma non intendo mollare. E’ un attimo scendere e arrivare al traguardo. Non ho ancora rivisto mia moglie, ma tra poco la rivedrò, anche lei, appoggiata a qualche transenna.











Curva a sinistra verso l'Altare della Patria e, sento lontano gridare il mio nome, vedo mia moglie che mi incita, che mi sorride, che mi fotografa. Faccio una smorfia e una linguaccia per nascondere la sofferenza, ma non posso fermarmi.

Un passo alla volta, piano piano, spunta il traguardo. Il cronometro è ben oltre le quattro ore, ma ce l'ho fatta: 4 ore 9 minuti e 29 secondi. Pensavo peggio.
E poi è tutto attaccato: la medaglia, il sorriso della signora che me la mette al collo, il telino termico. E’ finita! Ancora una volta. 
Il crono conta relativamente: tutti i calcoli fatti nella settimana precedente (3h45, 3h59… parti piano, non esagerare, chi se ne frega!) non hanno più senso. Ho finito, sono arrivato al traguardo.
Esco dal recinto di via Cavour e come ogni volta, come quando ti ubriachi e stai male dici: “mai più”… ma dopo una doccia e aver ripreso smalto, inizio a guardare il calendario delle prossime  maratone e forse una si potrebbe ancora fare…
Di certo, oggi, ho di nuovo scoperto la maratona.
Ed ora che ci ripenso la maratona è una cosa fantastica. Non so come spiegarlo, ma è un'esperienza unica. Non ci sono distanze che valgono una maratona. Non ci sono fatiche che valgono una maratona. Non ci sono emozioni che valgono la “tua maratona”.
La maratona ti sfida, tu non lo sai, ma è sempre lei che aspetta te.
Puoi prepararti al meglio, puoi affrontarla a denti stretti, puoi partire piano e aumentare o partire forte e rallentare dopo, o partire al tuo ritmo dall'inizio... a lei non gliene frega niente.
Quando e come vuole ti spezza, basta un niente: un respiro storto, un sorso d'acqua di troppo, un passo su 50.000 fatto male... e sei finito!

Ed anche se, questa volta, a Roma, ho lasciato sui sampietrini diversi minuti, prima o poi, Roma Capoccia dovrà ridarmeli!

Andrea ha combattuto contro se stesso ed ha vinto. A sorpresa, conclude in 4h27’.
Anche lui ha una storia da raccontare, ma questa è la mia…



Dedico questo racconto ai miei tanti e meravigliosi compagni di corsa, e ne cito alcuni: Andrea, Francesca M., Paolo, Sara, Nicoletta, Patrizio, Snupo, Bob, Michele, Francesca B., Filippo…







Good Run Friends

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